"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente,
senza fine"

Virginia Woolf

giovedì 22 settembre 2016

RITRATTI D'AUTORE. Primi piani di scrittori di Terra d'Otranto. Rubrica di Alessandra Peluso



 LIVIO ROMANO


 
Turista per una sera, del luogo, della parola, dell'incontro con chi turista, anzi meglio viaggiatore, lo è sempre stato con le parole e con il pensiero: Livio Romano.

Piazza Salandra, centro storico di Nardò, paese della provincia di Lecce: lo stupore di mille sfaccettature di pietre intarsiate, vivacizzate da un limpido cielo azzurro, si confanno con la personalità di Livio.

 
L'attesa, l'incontro, l'ascolto: meraviglia. Seguirlo in tutto ciò che dice - tra acrobazie, piroette e voli - è arduo. Affascina, spaventa, è introverso ed è socievole, è dolcissimo ed è pungente; insomma, Livio Romano ha in sé contenuti i mille intarsi dell'anima e dei protagonisti dei suoi racconti. 
 
È uno scrittore, infatti, un narratore come preferisce definirsi, da una vita scrive e numerosi suoi libri sono stati pubblicati da case editrici di fama come Einaudi, Marsilio, Fernandel e con quest'ultima uscirà ad ottobre il romanzo “Per troppa luce”. La biobliografia è densa e notevolmente ricca, ma lui non la sfoggia, si mostra come se fosse quasi uno che ha cominciato a scrivere da ieri. Anche questo stupisce. E a riguardo dell'abilità nel narrare, Giulio Mozzi afferma: «Livio Romano è un eccellente scrittore. Malmenato dall'editoria, che lo trova troppo difficile, troppo artista, troppo troppo scrittore. I suoi libri meriterrebbero pubblicazioni in pompa magna. Ma l'establishment culturale lo respinge».


Livio resiste. Nel frattempo, ha lavorato come insegnante di lingua inglese nelle scuole elementari, laureatosi in Giurisprudenza, ora si appresta a ricevere il titolo di dottore di ricerca in Letteratura e filologia presso l'Università del Salento. È una fucina di idee, è curioso, animato da quello stupore di un bambino che non l'ha mai abbandonato, è presente, è lì accanto a lui, osserva - intanto Livio beve rapidamente il suo caffé - e chiede, vuole sapere, catalizza l'attenzione dove gli interessa e memorizza, perché tutto può essere oggetto di trame interessanti da raccontare. E per l'appunto, leggendo i suoi romanzi è come se scrivesse con gli occhi. Dipinge, fa parlare le parole attraverso le immagini, descrive minuziosamente ogni dettaglio, penetrando il fondo, come se la superficie fosse solo una cornice.

Livio Romano si stupisce ancora e sorprende. Ama, è presente, è legato ai suoi affetti, ma una parte di sé fantastica, viaggia, e non è un caso, visto che in passato abbia viaggiato tanto: Italia, America, Inghilterra. Ama il Salento, la sua terra, lo si percepisce. Tuttavia, è uno spirito libero, vivrebbe ovunque, e starebbe in ogni luogo, lo si deduce dall'anima, sembra imprigionata nel corpo: scalpita, si dimena, non lo fa stare fermo un attimo e nel mentre, si racconta, pensi: fugge, sfugge. Dove andrà?

Eh sì, vorrebbe trasmigrare l'anima, chissà in quale corpo, vorrebbe fuggire il corpo ed essere scevro dai mille impegni, per poter scrivere, scrivere e cambiare continuamente casa. Come lo spirito così il corpo vorrebbero correre, andare, conoscere, saltare. Per Livio Romano la casa è ovunque. Non si appartiene e non appartiene a nessun luogo né cosa o persona. Livio c'è. E scusate se è poco.

Sembra un grillo, ecco, immaginate il grillo parlante di Pinocchio? Così mi appare, seppur a Livio della saggezza non gliene importi granché. Inafferabile il desiderio di conoscenza, di meraviglia, di osservazione. A lui basta questo: una penna, un foglio e poi giù, a scrivere. Il resto non lo possiede.

Livio Romano scrive ed è ciò che gli dà la vita, l'esistenza: la sua, quella degli altri.

giovedì 15 settembre 2016

Dal 20 settembre in libreria L'ANTAGONISTA di Edoardo Zambelli








Chi è l’antagonista?
Il volo di una mosca sul televisore spinge un trentenne a cambiare vita lasciandosi alle spalle un matrimonio naufragato, le aspirazioni di critico cinematografico frustrate dal mestiere di web content manager, il direttore che gli impone il taglio da dare ai pezzi per non scontentare gli inserzionisti e un romanzo da scrivere fermo solo all'immagine iniziale:

Ero fermo a poco più di un’idea. Anzi, un’immagine. Una ragazza che cammina a piedi nudi sulla sabbia in una giornata di pioggia, alla fine dell’estate. Questo e poco altro. Solo il vago sentore di una storia possibile dietro la tela di quell'immagine. Un richiamo. Chi era? Da dove veniva? Cosa l’aveva portata lì? Pressapoco queste le domande attorno alle quali avevo intenzione di sviluppare la storia. In realtà, nella scena che avevo immaginato vi era anche altro. Un ulteriore dettaglio. Mentre lei camminava sola sulla battigia, un uomo la osservava dalla finestra di una casa sulla spiaggia.

Il romanzo di Zambelli segue il viaggio del protagonista senza nome. Dal buen retiro di Torre dell'Orso sino alla bruma di Gonzaga, passando per il caos delle strade romane.
Un viaggio che sferraglia di treno in treno, viaggiando di notte, in quella terra di nessuno che è il vagone inghiottito dalla campagna lombarda.
Mentre il protagonista cerca di darsi una nuova quotidianità tra giornali, rassegne cinematografiche, classici da leggere e rileggere tra il fumo di troppe sigarette, ecco comparire il volto della sua prima fidanzata sulla foto di un giornale. Erika si è suicidata. Il suo volto sfigurato lo rimette su un altro treno, per ritrovare lei e se stesso. Il viaggio procede a strappi. Nel vapore degli anni verdi dell'università, quando il sogno segreto era un disco troppo caro.
Cosa nasconde il parroco don Diego? Cosa ha da offrire la proprietaria dell'albergo che ha già un nome salvifico come Grazia? Un funerale senza nessuno a seguire la bara, solo due mazzi di fiori e un biglietto. Resta questo e una donna che continua a camminare sulla spiaggia.
Un esordio “davvero speciale” quello di Zambelli che per Giulio Mozzi “ha tutte le caratteristiche per diventare un classico: perché lavora su zone profonde dell'immaginario, perché la sua lingua è perfettamente controllata, perché l'autore avanza nella narrazione con la sicurezza di chi ha un mondo in testa”.